Intervista con Paolo Del Giudice

"to vivendo una fase della mia vita in cui ho molte più idee che tempo per realizzarle”…abbiamo incontrato Paolo Del Giudice, una costante riflessione tra l’essere, l’apparire, soggetto, colore e l’immancabile luce...artista della Galleria TA MATETE di Roma e di Milano

Mi ha colpito, leggendo la sua biografia, il fatto che per alcuni anni ha sperimentato tecniche multimediali per poi approdare nuovamente ed intensamente alla pittura. Cosa ha significato per lei questa “fase”?

Era un fenomeno generale: negli anni ’70 tutti gli artisti più avveduti hanno messo in discussione il loro lavoro.
Il mezzo pittorico tradizionale non appariva più adeguato a dare una propria interpretazione di una realtà così complessa ed in continua trasformazione.
Nutrivamo un senso di inferiorità verso chi si serviva dei mezzi di comunicazione di massa, dalla fotografia alla grafica, alla televisione e, soprattutto, come estrema sintesi, al cinema.
Pareva che la pittura avesse detto tutto; ho dovuto appropriarmi di questi mezzi, usarli e digerirli, facendo una sintesi personale tra pittura, grafica e fotografia.
Per capire, alla fine, che la pittura poteva benissimo cavarsela da sola e che nell’era digitale ci sarà sempre più bisogno di un linguaggio “povero” come la pittura, legato al pensiero e contemporaneamente alla sapienza manuale. Connaturato all’uomo ed insostituibile quanto la parola.


Luce, colore e soggetto, in quest’ordine le opere catturano lo sguardo; il suo fare pittorico, si lega dunque in qualche modo alla terra di origine e quindi, anche ai grandi Maestri Veneti?

Mi sento profondamente veneto. I cieli di Cima da Conegliano o di Tiepolo mi emozionano più di tutta l’arte contemporanea. Non per questo non mi sento del mio tempo.
Ho vissuto fino al fondo delle viscere l’esperienza della pittura informale e la ritrovo nella materia fluida dell’ultimo Tiziano.
Posso dire paradossalmente che mi sento l’ultimo erede di questa scuola, uscito per caso o per miracolo, come una vena carsica, a distanza di due secoli dall’ultima, grande apparizione della pittura del Tiepolo.
Quello che solo i Veneti, già alla fine del ‘400, avevano intuito è il fenomeno della luce che lega le figure allo spazio, che rende una sacra rappresentazione estremamente vera e assieme completamente magica. Questo grazie all’uso sapiente del colore che non nasce da studi teorici ma dalla osservazione dei fenomeni naturali.
Tutte le scoperte degli Impressionisti erano già patrimonio di Bellini, Giorgione, Cima da Conegliano, Tiziano….. Non a caso la scuola degli Impressionisti furono i dipinti veneti portati da Napoleone al Louvre.
Uso la luce per scavare la tela, amo la luce radente che fa emergere i volumi e crea buchi profondi.


Le sue opere, dimostrano che anche luoghi a cui quotidianamente non attribuiamo importanza, possono essere interpretati come “magici” e “misteriosi”..il suo obiettivo potrebbe essere quindi, “aprire gli occhi” a coloro che non riescono a scorgere anche nel quotidiano elementi di poesia?

Non occorre che aggiunga nulla a quello che ha detto. La pittura in questo senso ha molte più possibilità di mezzi abusati come la fotografia. Mi servo moltissimo di quest’ ultima al punto che non potrei più farne a meno, dalle fotografie che scatto nelle situazioni più disparate a quelle che trovo come tracce sbiadite sui giornali. E ogni volta mi sorprende l’intensità poetica di un quadro ispirato da una foto apparentemente banale.

Ogni Artista, ha un proprio personale e quasi intimo modo di avvicinarsi alla tela, ci può svelare il suo?

Io non ho una regola. A volte indugio su un dato tema, eseguo dei piccoli dipinti preparatori e quando vedo che l’idea funziona posso svilupparla subito o metterla da parte e riprenderla a distanza di anni. Oppure, se mi sento abbastanza carico, inizio una tela di due metri senza studi preliminari. Posso portarla a termine senza interruzioni, o, più spesso, lasciarla decantare e riprenderla più volte.
In ogni caso non butto via niente: tutte le idee prima o poi tornano e qualsiasi abbozzo avrà un suo sviluppo.
Anche i supporti variano in base al lavoro: dalle piccole tavolette di compensato alle grande tele di lino di trama e preparazione del fondo diverse.
Quindi ho bisogno di molto materiale di magazzino per trovare ogni volta il supporto giusto per una determinata idea.
Purtroppo non trovo in commercio quello di cui ho bisogno e così debbo usare una parte del mio tempo per la preparazione dei fondi. Ma non si tratta di tempo perso perché la durata di un dipinto dipende in gran parte dalla qualità del supporto e perché, mentre compio queste operazioni, esercito una forma di meditazione.


Essere Artista, oggi, cosa significa per lei? In questa atmosfera caratterizzata da un livello di guardia che si mantiene alto, considerati gli ultimi eventi, ritiene che l’Arte possa assumere una particolare valenza?

Non credo all’artista che si chiude nella torre d’avorio o che non vede al di là del proprio ambito. Non sopporto, ad esempio, i cosiddetti artisti generazionali il cui unico soggetto ed interesse sembrano essere le perversioni dei giovani metropolitani. Partecipo alla vita culturale della realtà in cui vivo; ogni giorno dedico un po’ di tempo alla lettura dei giornali e ricevo altre informazioni ed approfondimenti ascoltando la radio mentre lavoro. Non occorre che tutto ciò sia visibile nel mio lavoro, che l’artista rappresenti i fatti di attualità per essere attuale. La sua funzione è quella di far vedere un barlume di speranza, di dare un soffio di poesia senza la quale non si potrebbe resistere ed affrontare ogni giorno una realtà così problematica.
L’arte è in fondo l’unica alternativa a questo assurdo modello di sviluppo che ci vuole tutti consumatori. Essa solo ci fa apprezzare la realtà più profonda delle cose, al di là delle mode e del valore economico.


Prossime mostre e progetti?

Sto vivendo una fase della mia vita in cui ho molte più idee che tempo per realizzarle. Voglio concedermi un anno sabbatico, libero da impegni espositivi, per poter lavorare con i miei tempi senza alcuna scadenza.

TA MATETE
Via IV Novembre 140 00187 Roma
Telefono : 06 - 6791107 Fax : 06 - 69923077
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Web : http://www.tamatete.it


Biografia
Nato a Treviso il 20 luglio 1952, Paolo Del Giudice vive e lavora nella sua città natale. Si dedica da sempre alla pittura, una vocazione che risale addirittura all’infanzia.
Dai dieci ai sedici anni ha svolto un intenso apprendistato artistico, interamente da autodidatta, vagando per la città e la campagna circostante alla ricerca degli scorci più suggestivi da rappresentare.
Dal 1968 ha iniziato a lavorare in studio, concentrandosi soprattutto sull’approfondimento e l’interpretazione della figura umana.
Nel 1970 ha vinto il primo premio ex aequo alla X Biennale d’Arte Triveneta di Cittadella (PD), storica rassegna riservata agli artisti fino ai 35 anni d’età. Nello stesso anno ha organizzato la sua prima personale, mostrando di avere maturato già un linguaggio autonomo, anche se ancora profondamente espressionista. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico ed aver sperimentato per un anno la Facoltà di Lettere e Filosofia, nel 1972 si è iscritto all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ha incontrato alcuni fra i più importanti nomi dell’arte italiana di quel periodo, a partire da Alberto Viani, Edmondo Bacci ed Emilio Vedova.
Nel decennio 1973-83 ha preso parte alle iniziative espositive della Fondazione Bevilacqua-La Masa a Venezia. Dopo essersi dedicato per qualche anno alla sperimentazione multimediale (assemblaggio di reperti fotografici della vita quotidiana, manipolati con il mezzo serigrafico e con il successivo intervento pittorico) nel 1981, pur continuando a servirsi della fotografia per fissare immagini e soggetti da cui trarre ispirazione, è tornato a far uso esclusivo del linguaggio pittorico, sempre nel solco della neofigurazione.
Nel 1982 e nel 1983 ha vinto due concorsi per la realizzazione di opere d’arte murali su edifici pubblici di Venezia e di Marghera (VE).
Nel 1984 ha soggiornato per un paio di mesi a New York, setacciando mostre, musei e gallerie alla ricerca di stimoli ideali e visivi, ed entrando in contatto con numerosi artisti emergenti. Al ritorno, abbandonato il tema divenuto ormai ossessivo della figura umana, ha intrapreso quell’indagine sui luoghi della vita, dell’arte e della memoria che lo vede coinvolto tuttora.
Nel 1985 ha esposto i primi risultati di questo nuovo filone di ricerca alla Galleria Avida Dollars di Milano. L’anno precedente Paolo Del Giudice aveva conosciuto a Roma Fabio Sargentini, durante lo svolgimento della rassegna “Extemporanea” nel prestigioso spazio della Galleria l’Attico, evento che avrebbe segnato una svolta, non solo in Italia, per il superamento definitivo della stagione della Transavanguardia. Ed è stato proprio Sargentini a proporlo sulla scena nazionale, scegliendolo fra più di mille artisti per la rassegna “Tre artisti scelti da Sargentini” nel 1986. La loro collaborazione è continuata e si è intensificata negli anni successivi fino alla grande rassegna personale di “Ritratti” nel 1990, che ha anticipato un tema che sarebbe stato ulteriormente approfondito nel corso del decennio seguente. Sempre nel 1990 ha organizzato una grande mostra con un ciclo di lavori realizzati tra il 1985 e il 1990 nei nuovi spazi della Galleria Avida Dollars di Milano. Il titolo della rassegna, “Archeologie”, è indicativo del suo amore non solo per l’arte e l’architettura antiche (facciate e altari barocchi), ma anche per le tracce e i relitti dell’età contemporanea. Sulla stessa linea si collocano i successivi, più intimi, “Interni”, proposti per la prima volta nel 1992 nello spazio di Pino Gastaldelli a Milano. La collaborazione con questa galleria è continuata negli anni successivi, con la partecipazione a numerose collettive e la realizzazione di altre tre personali: nel 1992 “Venezia: tentativi d’immersione”; nel 1999 una serie di “d’Après”, riprendendo la tradizione dell’omaggio ai grandi maestri che hanno segnato la propria formazione artistica; fino al più recente “Elogio della pittura”.
Nel 2000 ha allestito la sua prima ampia retrospettiva nelle sale di Villa Brandolini a Pieve di Soligo.
Nel 2002, nell’ambito della rassegna “Hic et nunc”, ha realizzato nel salone abbaziale di Sesto al Reghena la mostra “Biblion”, un vero e proprio omaggio al libro, alla carta e alla parola scritta, quasi un’apparizione a brandelli di una biblioteca monastica. Nel 2003 ha partecipato alla collettiva internazionale “Daegu-Milan Fine Arts Exhibition”, Daegu, Corea del Sud.